L’estate del 2003

Non si può negare che sia un tipo particolare Fabio, futuro medico senese che piace alle ragazze, odia i cellulari ed ama invece la sua vecchia auto, una Tipo nera tappezzata di stuccature bianche che lui, da bravo senese, ha ribattezzato col nome di Balzana, lo scudo bianconero simbolo della sua città.

Tra le altre cose, non sopporta il caldo e, sul finire dell’agosto del 2003, non ne può più di novanta giorni di fila di canicola. Alla disperata ricerca di un po’ di fresco, si avventura allora con la sua Balzana per i boschi del monte Cetona, ma viene sorpreso da un violento nubifragio che lo costringe a camminare a lungo in cerca di un meccanico che lo aiuti a far ripartire la sua adorata macchina, danneggiata da un fulmine.


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Quando finalmente arriva in un piccolo borgo arroccato intorno ad un castello, non riesce a capire perché la gente lo guardi come un alieno e perché sia tanto incuriosita dai jeans, dalla T-shirt e dalle Asics che indossa. Ma quella è solo la prima delle tante stranezze con cui dovrà fare i conti. La più misteriosa, ma anche la più affascinante, sarà Clelia, una stupenda ragazza del posto che indossa una strana divisa. È amore a prima vista, ma c’è un particolare a complicarne gli sviluppi.

A dividere i due ragazzi, infatti, c’è un solco profondo 67 anni, un solco che a Fabio apparirà insuperabile quando sarà di nuovo proiettato in avanti nella sua epoca. Il ragazzo precipita nello sconforto. Ma l’amore, a volte, può essere così forte da riuscire a vincere anche le leggi della fisica…


Come è nato

L’idea per questa storia, in realtà, mi è venuta prima dell’estate del 2003, un giorno in cui in Umbria attraversavo in macchina un’estesa macchia boschiva tra il Monte Arale e il Monte Peglia. Lì, il tempo sembrava essersi fermato a centinaia di anni prima: nessun paese, nessuna casa, nessuna linea elettrica. La stessa strada che percorrevo poteva essere una delle tante stradine bianche di una volta, battute solo da cavalli e carrozze. Potevi perdere la cognizione del tempo, in un posto come quello. Una riflessione, un volo della fantasia e… pronti: l’ossatura del racconto era delineata. Già ad immaginarla, la storia, mi divertivo. Figurarsi a scriverla. Ed è proprio con questo spirito che è andata avanti, come un passatempo, un divertissement. Doveva essere un racconto di quindici, venti pagine al massimo. Poi, invece, – l’appetito vien mangiando – man mano che scrivevo spuntava qualche idea nuova e così, alla fine, è venuto fuori un lavoro di centottanta pagine, qualcosa che non si poteva più definire un racconto. Però, non è neppure un vero e proprio romanzo, almeno per come io concepisco questa forma letteraria. E allora che cos’è? Quello che ho appena detto: un passatempo che mi sono concesso dopo la fatica di Come l’acqua del fiume. Anche il genere cui questa storia appartiene, il fantasy, contribuisce a mantenerla su un piano scanzonato, senza nessuna pretesa se non quella di divertire: tratta, infatti, il tema dei cosiddetti “slittamenti temporali”, meglio conosciuti come “viaggi nel tempo”. Ad onor del vero, ci sono altre componenti, oltre a quella della fantasia, a caratterizzare il racconto, che è, sì, fantastico per ciò che riguarda il viaggio nel passato e la metempsicosi, ma è anche realistico nel descrivere l’ambiente di un fascismo rurale dalle due facce, quella buona della gente comune e quella feroce della polizia del regime. Unico mio romanzo narrato in prima persona, è ambientato a San Casciano dei Bagni e, in parte, a Siena: vuole quindi essere un omaggio ai luoghi dove ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza, luoghi ai quali resto e resterò per sempre profondamente legato. 


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